E’ un gruppo di pressione straordinario, che applica la buonascuola, contestando…gli addebiti ai docenti.

Non ci spingeremo fino a definirlo Zeitgeist, spirito dei tempi, ma, dal mio piccolo osservatorio, è certamente diventato un fenomeno di costume. Parlo dei procedimenti disciplinari dei dirigenti scolastici nei confronti del personale scolastico.
In genere sono innocui, dal punto di vista pecuniario, ma devastanti sotto il profilo della salute psicofisica. Come mi capita di osservare spesso, una contestazione di addebito toglie almeno una settimana di buon sonno. E’ l’avviso di garanzia scolastico, con cui condivide qualche ulteriore analogia. Chi riceve una contestazione dal preside, pur non rischiando in genere di rimetterci neppure un euro, va in agitazione, a volte in depressione e quasi sempre si sente vittima di un’ingiustizia, contro cui vorrebbe ricorrere, ma vista la ridotta entità della sanzione (spesso un richiamo scritto o, al peggio, una censura) è sconsigliabile rivolgersi al Tribunale del Lavoro, ingolfato di cause molto più rilevanti dal punto di vista economico.
E’ la Brunetta, bellezza, verrebbe da dire: la legge ha abolito gli organi di garanzia e di raffreddamento interni, rendendo normativi gli atti dirigenziali, per cui l’unica via è rivolgersi al giudice, via quasi improponibile, se non nell’azzardo di una causa pilota, che potrebbe essere respinta per le motivazioni “bagatellari” che l’hanno generata. Non c’entra la buonascuola, direte voi: eppure questo recente fiorire di contestazioni è proprio in linea con lo spirito della 107, la preminenza della legge, per cui ad ogni battito d’ali deve corrispondere necessariamente un’azione normativa. E l’effetto farfalla sta nella dimensione del fenomeno osservato: almeno 3/4 procedimenti disciplinari al mese, negli ultimi mesi, su circa 100 scuole di riferimento; un fenomeno la cui crescita potrebbe arrivare a toccare, in prospettiva, un decimo del personale. E come nei fenomeni di massa, possiamo estrapolarne la barbarie, giuridica in questo caso. Una volta la contestazione di addebito richiedeva un’applicazione quasi letteraria: nella premessa si doveva citare tutto lo scibile normativo e contrattuale, con i commi e gli articoli al posto giusto: un esercizio di stile. Ora la contestazione la scrivono in molti casi i genitori: la loro rimostranza, che spesso si conclude con minacce di adire azioni legali per questioni di presunta rilevanza penale, viene presa e allegata alla contestazione senza alcun accertamento preventivo riguardo alla sua consistenza. Il malcapitato si vede recapitare questa palla avvelenata e ci perde il sonno… Questa in genere la casistica più diffusa, ma il panorama dei procedimenti è assai variegato, stante lo spirito dei tempi, questo sì, che fa sentire il dirigente quale guardiano della legge e che non prevede, a volte prescindendo dal buon senso e dalla opportunità di depotenziare i conflitti, alcuna “omissione di atti d’ufficio”: è la Brunetta, bellezza!
Mi sia consentito, infine, accennare a due casi emblematici, in un caso della “disciplinarizzazione” eccessiva dei rapporti gerarchici e nell’altro della tipicità delle sanzioni copia-incolla proposte dai genitori. Nel primo caso, abbiamo un docente in anno di formazione, quindi legittimamente inesperto, che inserisce nella programmazione della propria materia l’accenno a un alunno DSA, indicandolo con nome e cognome, invece che con le più opportune iniziali. Il tutto, passando attraverso i filtri del coordinatore di materia, della segreteria e dell’addetto web, viene pubblicato in chiaro sul sito dell’istituto a novembre. Ad aprile, trascorsi quasi 5 mesi in cui nessuno ha notato nulla, arriva la contestazione di addebito per utilizzo di dati sensibili e sovrabbondanti. Al docente! Cui nulla è valso addurre varie ragioni e attenuanti: censura scritta e così ha pagato per tutti…
Il secondo caso nasce da una lezione partecipata, formula con cui si intende una lezione, in genere laboratoriale, cui partecipa un genitore, che ha così modo di osservare il comportamento del docente, in un contesto più ludico che educativo. Un’occasione piuttosto insidiosa, per valutare la presunta idoneità del docente, da parte di un osservatore estraneo e magari non competente. Nel nostro caso, ne è nato un guaio: la disapprovazione dell’interazione del docente con la classe, prontamente trasformata in un esposto al Dirigente, il quale ha preso acriticamente la denuncia e lasciato al docente l’onere della risposta, salvo che questo non eviterà la sanzione finale. Scusate, ma non è questa la “gestione unitaria” dell’istituzione scolastica, anzi questo è il modo per contestarla in radice…

9 maggio 2016
Montesquieu