Valore legale del titolo di studio

 

 

Tra i diversi provvedimenti annunciati dal governo Monti in direzione liberista, ha trovato spazio anche l’ ipotesi di diminuire il peso della Laurea nei Concorsi pubblici. La mancanza di consenso unanime tra i ministri ha indotto il premier a procrastinare la misura, aprendo, nel contempo, una dibattito nel Paese, attraverso Internet.

Le proposte

Il governo vorrebbe  cominciare abolendo sia il peso del voto di laurea nei concorsi, sia la differenza tra laurea breve ( 3 anni) e quella magistrale ( 3+2), facendo pesare le lauree secondo le valutazioni dei diversi atenei effettuate dall’ Agenzia per la valutazione delle Università e  assegnando valore ai masters, ai corsi di specializzazione, alle esperienze di lavoro, in particolare all’ estero.

 

Ora se è vero cheoggi, in base al valore legale del titolo di studio, ogni laurea conferita da una qualsiasi delle circa ottanta università italiane ha lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici: un giovane laureato in medicina in un’università che gli ha insegnato poco o nulla “vale”, per un possibile datore di lavoro pubblico, esattamente quanto un giovane medico laureato in un’università severa che lo ha ben preparato alla professione. Una Asl che volesse giudicare i due giovani dottori ai fini dell’assunzione non potrebbe privilegiare la laurea formativa a discapito di quella scadente.”;( Pietro  Manzini, in www.lavoce.info.it)  ; è altrettanto vero che  “ il vero nodo del dibattito è questo :  se si vuole stimolare gli atenei a competere per i docenti più bravi, su che basi dovrebbe avvenire questa competizione? Come fa un ateneo ad attrarre i migliori? Evidentemente, offrendo loro compensi più alti. Ma come può avvenire una competizione su base economica tra soggetti come le università italiane, la cui fonte di finanziamento primaria sono i fondi statali ed è quindi uguale per tutti ? Se tutti gli atenei hanno gli stessi soldi, e non possono averne di più, perché gli ingressi dalle rette universitarie non possono superare il 20% del finanziamento statale, come possono competere e ottenere quindi i risultati cercati dall’abolizione del valore legale del titolo di studio?

 

Evidentemente quindi, per realizzare la competizione auspicata dai sostenitori dell’abolizione del valore legale, bisognerebbe che ad essa seguisse anche l’abolizione del tetto del 20% e quindi la liberalizzazione totale delle rette universitarie. L’abolizione del valore legale del titolo di studio, infatti, ha senso solo in un sistema in cui a sostenere finanziariamente le università non è principalmente lo stato, come nella stragrande maggioranza dei paesi europei, ma le rette pagate dalle famiglie, come nel sistema britannico. Una proposta, senza l’altra, non sta in piedi.

Abolire il valore legale del titolo di studio senza liberalizzare le rette universitarie, semplicemente, non ha senso. Forse la vera questione in ballo è che  si sta proponendo all’Italia di abbandonare il modello europeo di università pubblica per passare a quello anglosassone, i cui costi dovrebbero pesare non più sullo stato ma, in maniera ancora più pesante di quella attuale, sugli studenti e sulle loro famiglie, aprendo nuovi spazi di redditività per gli operatori finanziari all’interno del sistema formativo.” Lorenzo Zamponi ( (Il corsaro L’ altra informazione )

 

Innanzitutto va ricordato che il valore legale del titolo di studio ha origini risalenti nel tempo.

Difatti una prima forma di valore legale la possiamo addirittura rinvenire nella Costituzione Magistros studiorum, approvata da Giuliano l’apostata nel 362 d.c.

La dottrina di scienza dell’educazione considera il titolo di studio non come un “pezzo di carta”, ma come un certificato che attesta le conoscenze e le competenze acquisite durante il corso degli studi. Le forme con cui viene data certezza pubblica a questo assunto, e garanzia della qualità della formazione secondo canoni socialmente accettati, variano da a Paese a Paese a seconda del tipo di ordinamento giuridico, e delle tradizioni scolastiche, accademiche e professionali.

In tutta Europa il potere di conferire determinati titoli di studio è assegnato alle scuole, alle università, o alle altre istituzioni di istruzione superiore, dallo Stato – sia che si tratti di istituzioni pubbliche o private. In particolare, la responsabilità pubblica in materia di istruzione superiore e di ricerca è stata ribadita dal Consiglio d’Europa con una raccomandazione del 2007 che raccoglie e definisce i concetti fondamentali. L’implementazione del Processo di Bologna per la creazione dello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore ha compreso la definizione e l’accordo su uno schema generale dei cicli di studio accademici, su cui ogni Stato aderente mappa i propri corsi di studio nazionali.

 

Diminuire il peso del valore della laurea nei concorsi pubblici.

 

L’ orientamento si richiama al pensiero liberale di Luigi Einaudi «… [L]a verità essenziale qui affermata [è:] non avere il diploma per se medesimo alcun valore legale, non essere il suo possesso condizione necessaria per conseguire pubblici e privati uffici, essere la classificazione dei candidati in laureati, diplomati medi superiori, diplomati medi inferiori, diplomati elementari e simiglianti indicativi di casta, propria di società decadenti ed estranea alla verità ed alla realtà; ed essere perciò libero il datore di lavoro, pubblico e privato, di preferire l’uomo vergine di bolli». (Luigi Einaudi, Scuola e libertà, in  “ Prediche inutili” Einaudi 1959).  Ha come obiettivo quello di intervenire sulla qualità delle miriadi di Università, verificandone la qualità e stilando, perciò, una classifica.   Per questo ultimo obiettivo, il Governo Monti ha già attribuito all’Anvur, l’Agenzia per la valutazione( istituita con DPR 1 Febbraio 2010, n.76 e insediatasi il 2 Maggio 2011)   i compiti di certificazione della qualità dei corsi e delle sedi universitarie, una sorta di bollino per far capire dove si studia meglio.

Qualche considerazione

Se può avere qualche ragione il fatto che  il valore reale vinca sulla finzione burocratica e che solo i capaci e intelligenti si vedano aperta la strada per accedere alla carriera negli apparati dello Stato , molti dubbi suscita la soluzione prospettata  : la scorciatoia di un tratto di penna sul certificato di laurea.  L’ unica maniera corretta di ridurre la divaricazione tra valore legale e valore reale dei titoli di studio  è di riqualificare il sistema universitario nel suo complesso investendo mezzi e idee perché il valore reale degli studi torni a crescere. 

Inoltre, la valutazione delle Università è operazioni alquanto complessa e, se non andiamo errati, pare non esista alcun sistema diretto per misurare quanto un ateneo sia abile nell’informare, ispirare e stimolare i suoi studenti, e tutti i surrogati mostrano limiti preoccupanti e introducono effetti distorsivi. Inoltre è scientificamente provato che i classificatori, anche se in buona fede, tendono a stilare classifiche che hanno poco a che fare con la qualità e molto con i loro particolari interessi.

Ciò detto, pare piuttosto incomprensibile che si proceda ad una tale valutazione dopo aver autorizzato con grande leggerezza l’ apertura di nuovi atenei. Niente di male, se a farne le spese non fossero gli studenti che- senza averne avuta informazione- si vedrebbero decurtare il valore del loro voto di diploma di laurea. Infine, preoccupa alquanto il fatto che, in tutto il dibattito, non si faccia alcun cenno agli strumenti o alle autorità che sostituirebbero il matematico riconoscimento del titolo. Considerato l’ orientamento attuale che vede nei test lo strumento di verifica nei concorsi, c’ è il fondato sospetto che l’ autorità accademica, comunque identificabile, venga sostituita da un impalpabile e poco trasparente organismo, formato dai “ signori dei test” che imperano in ogni ambito della vita pubblica e no  e le cui scelte non sono mai sindacabili.

Siamo convinti che il liberalismo di Einaudi inorridirebbe di fronte a selezioni in cui  istruzione e spirito critico sono perdenti a fronte di memorie meccaniche  e automatismi acritici. Appare  infine  sempre più fondato il sospetto che  la Responsabilità pubblica nei confronti dell’ istruzione e della ricerca pubblica  [affermata nel  Comunicato di Praga  del 2001,  ribadita nel Comunicato di Berlino (2003) e accolta dal Consiglio di Europa nel 2007] diventi pericolosamente accentrata nella mani di poche persone, la cui funzione non  sembra avere  niente a che vedere con la concezione di pubblico e quindi di interesse generale.