Servono ancora i maestri, non i semplici comunicatori

di Fabrizio Reberschegg

da Professione Docente

  I “maestri” che pretendono addirittura di insegnare sono i più colpevoli di tutti gli altri. Questo assunto si ripete nella storia dell’uomo. Da Platone ad Aristofane, da Machiavelli ai teorici del neoliberismo si pone il dubbio che la parola, il pensiero e la conoscenza siano privi di senso laddove siano apparentemente separati dall’”azione”. Il libro “Mai più senza maestri” di Gustavo Zagrebelsky,  Il Mulino, 2019,  cerca di riflettere sulla necessità di ritornare a parlare di “maestri” nel nostro mondo curvato alle esigenze dell’utile e del produttivo. Nel ’68 sui muri di Parigi si leggeva “Mai più maestri”, rivendicando il superamento dell’autorità dell’Istituzione scolastica incarnata dai docenti e dagli intellettuali in nome di un mondo libertario ed egualitario. Dopo il ’68 la ricerca di una apparente eguaglianza ha giustamente messo in  crisi il rapporto di autorità unilaterale e dispotica che la scuola poteva esercitare sugli studenti, ma si è anche introdotto il principio che tra magister e allievo non ci dovesse essere un rapporto asimmetrico. E’ prevalsa in molti riformatori della scuola l’idea falsamente “democratica” e ingenua che tra il maestro e l’allievo ci possa essere un rapporto paritario, da amico ad amico. L’autore si sofferma sulla differenza tra istruire ed educare cioè tra la trasmissione di conoscenze e la formazione di principi etici. La paidèia, dalla costruzione del cittadino ad Atene e Roma alla catechesi cristiana,  ha posto nel principio educativo ed etico il fondamento dell’istruzione, a costo di negare l’alfabetizzazione a schiavi, servi, donne e lavoratori. Nel dibattito sull’istruzione, nel periodo della Rivoluzione Francese, Condorcet interpretava la scuola pubblica come sola trasmissione di conoscenze perché l’educazione imposta poteva ledere la libertà e l’autodeterminazione dei giovani e delle famiglie. La lotta contro l’ignoranza avrebbe promosso spontaneamente i principi etici della Rivoluzione. Talleyrand invece immaginava lo Stato come istitutore e dispensatore della morale rivoluzionaria: “occorre imparare a conoscere la Costituzione e dunque che la Declaration des droits e i principi costituzionali formino per l’avvenire un nuovo catechismo per la gioventù che sarà insegnato fin nelle più piccole scuole del Regno”. Rispetto alle finalità proposte cambia radicalmente il ruolo e la funzione della scuola e dei maestri. La distinzione tra istruzione ed educazione segna tutta la storia delle istituzioni scolastiche ed educative. Nei regimi dittatoriali prevale sicuramente il ruolo educativo, nei regimi liberali dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, prevalere invece l’aspetto della conoscenza e dell’istruzione. In questo senso Zagrebelsky critica le modalità etiche con le quali si intende proporre la materia “cittadinanza e costituzione” diventata ora “educazione civica” dove il suo studio dovrebbe promuovere solidarietà, responsabilità, consapevolezza, dialogo. Il saper essere…

I maestri dovrebbero essere portatori invece di solide conoscenze, dovrebbero produrre la scintilla per accendere il cervello degli allievi (che non può essere vuoto o astrattamente “ben fatto”). Dovrebbero essere magistri della comprensione ma sempre portatori del dubbio, anzi dell’autorevolezza del dubbio nella ricerca della verità.

Nel mondo contemporaneo invece l’azione viene esaltata, la funzione della conoscenza “utile” viene posta al centro delle attenzioni dei governi in una pericolosa ottica anti-intellettalistica. Stanno vincendo i “meccanici” come li chiamò Manzoni e gli intellettuali sono le vittime. Per questo l’insegnamento viene sempre più definito solo come tecnica educativa, per questo le teorie dell’alternanza scuola-lavoro sono state acclamate come innovazione nella scuola del contemporaneo. Paradossalmente prevale la logica educativa del mercato come luogo della nuova etica

Il mondo attuale della falsa democrazia di massa appiattisce l’alto sul basso. C’è posto soprattutto per “influencer”, comunicatori e tutor. Facilitatori della conoscenza e creatori di opinioni spesso incredibili (si pensi all’influenza politica negli USA dei creazionisti, si pensi ai terrapiattisti..), basta che si sia sostenuti da un facile e stupido consenso. Il like costa meno del fastidio e della fatica della conoscenza e della comprensione.

Zagrebelsky invita in tutto il libro a resistere a tale imbarbarimento ,  a valorizzare e a riproporre come essenziale il ruolo dei “maestri” e degli intellettuali. “Il magistero tende verso l’alto. Ma se non si propone di guardare anche da giù in su, e non solo da su in giù, è vacuo. Il maestro è in mezzo e se pretende d’essere giudice senza essere giudicato non è sincero. Il suo compito è di gettare sguardi sempre nuovi in entrambe le direzioni, su e giù, dentro e fuori di sé”.

Ricominciare a rivendicare il ruolo degli intellettuali come motore del dia-logos nel mondo è presupposto per l’azione virtuosa, senza scadere nella facile autocommiserazione e tornando, con umiltà, a partecipare alle tante battaglie civili cui siamo tutti chiamati. I docenti devono riscoprire il loro ruolo di intellettuali, devono ridiventare attori della ricerca della verità e non essere semplici manovali delle tecnologie pedagogiche e didattiche di moda.

Un libro di sole 152 paginette, ma di grandissimo interesse e spessore. Da leggere assolutamente.

Servono ancora i maestri, non i semplici comunicatori