Della quarta rivoluzione industriale e della scuola modello Singapore

Ieri è comparso sul Corriere della Sera un editoriale firmato da Edoardo Campanella e Francesco Profumo che dice molto sulla concezione che tanti – troppi – hanno della scuola: “la scuola di oggi, in Italia come nel resto del mondo, ricalca la struttura delle fabbriche di ieri. Gli insegnanti, come i capireparto con i loro sottoposti, richiedono conformismo da parte di studenti che assimilano nozioni in modo passivo. Le classi stesse, ordinate per file di banchi individuali, ricordano le industrie tessili inglesi di metà Ottocento, nelle quali le macchine da cucire erano posizionate su piccoli tavoli allineati, dietro ai quali sedevano diligentemente i tessitori”. Si tratta della “factory model education”, ma questo “approccio appare (…) inadatto per le fabbriche 4.0 che richiederanno sempre più una forza lavoro creativa, adattabile e flessibile, in grado di affrontare un progresso tecnologico in continua evoluzione ed accelerazione” – insomma la scuola sarebbe solo un’appendice del mondo delle imprese…

Non si può che condividere il fatto che, come ricorda anche il World Economic Forum, “il 65% degli studenti di prima elementare svolgerà, una volta terminato il loro percorso di studi, professioni che oggi non esistono ancora”, per cui sarà necessario “re-immaginare in profondità il sistema educativo”, mantenendo elementi come “la trasmissione di nozioni base”, da affiancare “soft skills”, come “stimolare il pensiero critico”, “il pensiero non convenzionale” e “affinare la capacità di risolvere problemi complessi”.

E ancora “i ruoli tra maestri ed allievi dovranno essere sempre più ibridi” (?), e “si dovranno sperimentare nuovi metodi di insegnamento, che coinvolgano nuove tecnologie ma non solo”. Nel futuro “i percorsi di studio non dovranno più concentrarsi in un unico blocco temporale”, per cui “le porte della scuola in senso lato dovranno rimanere sempre aperte”, perché “la flessibilità si tradurrà in destrutturazione del sistema”.

Ancora una volta, i due autori mettono al centro “le imprese” che “dovranno aiutare il sistema della formazione a identificare le competenze del futuro come succede a Singapore, dove gli imprenditori e il governo lavorano su orizzonti temporali di cinque anni all’interno della Skills Future Initiative“. In ogni caso “la transizione verso la scuola del futuro sarà lunga e accidentata”.