FRA CURA E ISTRUZIONE, VINCE LA PENSIONE di Stefano Battilana

Per rilanciare la nostra società dopo la recente pandemia, tanto si parla di finanziare due settori, i quali entrambi dovranno strategicamente caratterizzare la ripresa: la Sanità e la Scuola, tanto depauperate negli ultimi anni, con investimenti sempre più calanti rispetto al PIL e assolutamente inferiori a quelli degli altri paesi OCSE. Questa la sacrosanta esigenza, secondo l’opinione comune, che fa tirare la coperta, sempre più corta, fra cura e istruzione, come fossero due contendenti sulle spoglie del debito pubblico. Eppure, come nel detto proverbiale, fra i due litiganti c’è un terzo che gode, nel totale silenzio dell’ineluttabile.

Parliamo, ovviamente, del convitato di pietra del sistema pensionistico italiano, che rappresenta una quota del 16,6 % del PIL (media OCSE 9 %), quindi circa 3 volte quello degli altri due, presi singolarmente e di circa il 40 % della spesa pubblica. E la questione non è affatto risolta, ma solo in via di miglioramento, stante che la Riforma Dini del 1995, che ha iniziato l’alleggerimento della gravosità delle rendite previdenziali retributive, sta ancora andando, molto lentamente, a regime. Vale la pena approfondire questo concetto: un sistema virtuoso di previdenza pubblica dovrebbe quasi autofinanziarsi, nel senso che, in base alle tabelle attuariali e statistiche ogni contribuente dovrebbe percepire come pensione una rendita che corrisponda ai contributi versati, fatte salve le cosiddette pensioni sociali, che un sistema di welfare dignitoso deve comunque garantire. Tuttavia, noi veniamo da decenni di spesa pubblica fondata sul consenso e non sul pareggio dei bilanci: basti dire che la contribuzione lorda per pensioni è all’incirca del 33 %, a fronte di pensioni che, col retributivo, danno circa l’85 % dell’ultimo stipendio, senza tenere in alcuna considerazione la speranza di vita media residua del percipiente: un sistema insostenibile. Il fatto è che il sistema pensionistico italiano, che accusa tuttora una crescita costante del 2 % l’anno, è ancora in parte retributivo, quindi non è affatto “autoliquidante”, non si sostenta da solo: i contributi versati dai lavoratori non coprono le rendite.

Chiedete a un europeo dei cosiddetti “paesi frugali”, che ancora lavora, come mai molti suoi coetanei italiani (soprattutto donne) siano già in pensione da tempo, e con retribuzioni di gran lunga oltre i contributi versati e la risposta sarà socialmente devastante. Considerate che, per circa un ventennio, abbiamo mandato in pensione generazioni di quarantenni, con pensioni che erano (e sono) assolutamente simili all’ultimo stipendio percepito. Ecco perché la spesa per pensioni è per incidenza percentuale la più alta in Europa, poco sotto la Grecia. Ecco perché restano meno soldi per altre voci fondamentali come istruzione e sanità. Abbiamo, in aggiunta, che le pensioni medie sono cresciute di più di uno stipendio medio: l’ISTAT ci dice che dal 2000 l’aumento medio delle retribuzioni è stato del 35 %, a fronte di un aumento medio delle pensioni del 70 %. Certo, partivamo da pensioni da fame (soprattutto quelle sociali) e da retribuzioni accresciute dall’inflazione, per cui, fatto 100 l’importo di pensione media, oggi vale 170, a fronte di uno stipendio medio, che, fatto 200, oggi arriva a 270, naturalmente per chi ce l’ha, il lavoro. La conseguenza sociale è che i nostri nuovi “poveri” sono i giovani, anche per le loro scarse prospettive occupazionali e/o previdenziali, a fronte dei pensionati, mediamente più garantiti. Al punto che tutti i dati statistici danno come risorsa economica aggiuntiva per le famiglie la presenza di un “nonno” in casa: una piramide socialmente rovesciata rispetto a qualche decennio fa, dove erano i giovani a tirare la carretta. Chiediamo investimenti per la scuola e cure di qualità, ma la classe politica e l’opinione pubblica devono capire qual è il tetto di vetro che frena la modernizzazione del paese