il naufragio delle autonomie regionali e dell’autonomia scolastica

IL NAUFRAGIO DELL’AUTONOMIA REGIONALE E DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA

L’art.5 della Costituzione recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. La promozione della autonomie locali ha avuto con la riforma del Titolo V del 2001 una accelerazione e un potenziamento che andava ben al di là della volontà dei padri costituenti. La riforma del 2001 è stata operata nel tentativo da parte dei governi di centro sinistra di intercettare il consenso del popolo della Lega Nord  nelle sue pretese di autonomismo spinto, di federalismo o addirittura di “indipendenza”. E’ stata una riforma confusa e che in questi ultimi anni ha dimostrato tutti i suoi limiti ed effetti negativi sulla tenuta della politica nazionale.

La crisi Covid 19 ha plasticamente rappresentato l’anarchia dei provvedimenti emanati dai vari “governatori” e addirittura da ordinanze dei sindaci. Ad uno Stato debole corrisponde l’emergere di poteri locali che si autodeterminano, approfittando del testo ambiguo della Costituzione al Titolo V, di competenze che intervengono direttamente sul tessuto politico e sociale dei territori di loro competenza. Il governo, alla ricerca di un consenso politico di breve periodo, non ha avuto il coraggio di utilizzare i DPCM per limitare tale derive. L’esempio della scuola è eclatante. Se il DPCM prevede l’apertura delle scuole del primo ciclo e nella secondaria di secondo grado con una quota di didattica a distanza, alcuni “governatori” decidono di chiudere tutte le scuole approfittando della possibilità prevista dagli stessi DPCM di intervenire con provvedimenti più restrittivi in nome dell’emergenza sanitaria.  Un fatto inaudito che consente nella Repubblica, una e indivisibile, di organizzare in modo completamente differente a livello territoriale il servizio scolastico, inteso, a questo punto, come semplice servizio e non come Istituzione fondamentale della Repubblica. Nel caso della scuola tutto parte dall’ambiguità delle norme del Titolo V che riconoscono allo Stato la competenza esclusiva sulle “norme generali sull’istruzione” attribuendo contestualmente alla Regioni la potestà concorrente in materia di “istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale”. “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato” (art.117 Cost.).

Ma il processo di decostruzione dei poteri dello Stato in ambito scolastico non si ferma all’anarchia regionale. Comuni e Province o Città Metropolitane hanno competenza sull’edilizia scolastica e sugli arredi scolastici. I sindaci possono intervenire con ordinanze restrittive per motivi di ordine pubblico e per emergenze sanitarie. Non basta. Con l’autonomia scolastica aumenta la complessità: ogni Istituto scolastico è demandato a declinare i principi del quadro normativo nazionale definito mediante “linee guida” che di fatto dovrebbero stabilire i livelli essenziali dei contenuti del sapere e delle metodologie didattiche da adottare. Il problema è che l’autonomia scolastica, figlia dello stesso periodo storico in cui si inserisce la riforma del Titolo V, si è sempre di più trasformata in aziendalismo scolastico con a capo Dirigenti Scolastici che applicano e interpretano le norme nazionali con loro circolari e decreti dirigenziali senza contare che , come formali “datori di lavoro” sono preposti alla sicurezza nelle scuole. Nel caso dell’ambito regionale appare ancor di più disorientante l’intervento degli Uffici Scolastici Regionali che tendono a muoversi di concerto con le Regioni di riferimento con applicazione delle norme nazionali diversificate e oggetto di ulteriori interpretazioni originali.

Il quadro è desolante. Un coacervo di poteri che pretendono di poter comandare negli stessi campi ampliando i processi di frammentazione del quadro normativo e con lo sconcerto per i cittadini che ne subiscono gli effetti.

Il pericolo più grave è che nell’emergenza Covid 19 le spinte per la cosiddetta “autonomia differenziata” di rafforzino e si moltiplichino. L’art. 116 della Costituzione, al terzo comma prevede: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n)- istruzione- e s – ambiente e beni culturali), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.

Tre Regioni hanno già percorso il primo tratto per richiedere gli ulteriori poteri previsti dall’art. 116 della Cost.: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Il Veneto è ancora più legittimato perché la richiesta (esplicitata in campagna elettorale in  modo molto generico) ha avuto il plebiscito con referendum il 27 ottobre 2017 e la conferma di Zaia alla presidenza della Regione con il 75% dei voti sembra rafforzare la voglia di autonomia.

L’ineffabile Ministro Boccia sta lavorando sottobanco per inserire in legge di bilancio una delega al governo per il riconoscimento dell’autonomia differenziata per le Regioni richiedenti. Ciò significa che il Parlamento sarà di fatto emarginato dalla discussione della riforma e che sarà impossibile indire un referendum abrogativo perché la riforma sarebbe parte integrante di una legge di bilancio.

Se passasse la riforma dell’autonomia differenziata sarebbe la fine della Repubblica una e indivisibile, si legittimerebbe la differenziazione territoriale con l’erogazione di servizi e prestazioni per i cittadini diversificate. Avremo scuole gestite dalle Regioni, con organici regionali, con programmi regionali apparentemente rispettosi delle generiche linee guida nazionali. Immaginiamo cosa potrà avvenire nella sanità e negli altri servizi fondamentali per i cittadini italiani con diritti differenziati a livello territoriale.

Invitiamo alla massima attenzione a ciò che rischia di diventare una pericolosa realtà che devasterà definitivamente la scuola italiana. Per seguire il dibattito in merito vi invitiamo di partecipare al blog “Per il ritiro di qualunque autonomia differenziata , per l’Unità della Repubblica e la rimozione delle diseguaglianze” indirizzo https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/.