La libertà di insegnamento a scuola in tempi di Covid-19

Di Rossella Latempa

Che ne è della libertà di insegnamento in tempi di pandemia? Mai come in questa fase storica l’emergenza ha messo in luce quella che potremmo definire una vera e propria “riconfigurazione” del nostro lavoro di insegnanti. Una trasformazione che andava avanti da tempo e che la crisi sanitaria ha solo accelerato, aggiungendole quella connotazione di urgenza che conferisce quasi un imperativo morale: siamo in emergenza, non possiamo sottrarci; non possiamo creare troppi intoppi, dobbiamo accettare lo stato delle cose. In ambito scolastico, la libertà proclamata dall’articolo 33 della nostra Costituzione si intreccia in una trama di disposizioni creando un’ architettura coerente di valori: dalla centralità della persona umana alla dignità sociale, dal diritto allo studio e alla cultura alla libertà di espressione e di pensiero.

In particolare, proprio il diritto allo studio e all’apprendimento, spesso invocato da tanti interventi della burocrazia ministeriale – diritto inteso come garanzia di un apprendimento libero da qualsiasi forma di monopolio nella formazione culturale e delle coscienze degli studenti – è garantito solo in presenza di un insegnamento libero.

Scrive, a tal proposito, Roberta Calvano:

“Visto che l’istruzione è normalmente risultato dell’insegnamento, la libertà dell’una richiederebbe come condizione necessaria la libertà dell’altra”

E ancora, Giampaolo Fontana:

«Quanto un sistema efficace di istruzione dipenda dalle capacità e dalle qualità degli insegnanti è sin troppo ovvio [..] Mai abbastanza viene, tuttavia, ricordato che la libertà di insegnamento è componente indefettibile per un buon insegnante, il quale riuscirà ad essere e a comportarsi come tale solo se messo in condizione di corrispondere liberamente e pienamente ai propri convincimenti metodologici e comunicativI”

Difficile essere un buon insegnante, se non si è un insegnante libero.

Ma cosa significa essere liberi di insegnare, oggi?

Dall’autonomia scolastica in avanti la libertà di insegnamento ha subito una progressiva e costante compressione, operata attraverso condizionamenti e ostacoli imposti dall’interno stesso dell’istituzione scolastica. Una catena di interventi normativi secondari o amministrativi, sempre più minuziosi e invasivi. I Piani Nazionalidigitale o di formazione, oggi su metodologie specifiche; le Linee guida: della didattica digitale  o dell’educazione civica, solo per citare le più recenti; i Sillabiimprenditorialitàfilosofia, educazione civica digitale..; i nuovi obblighi: quelli imposti dall’ Alternanza Scuola Lavoro (ora PCTO) , da svolgersi incredibilmente, anche in piena pandemia,  o quelli imposti dal Sistema Nazionale di Valutazione, con tutto il corredo di test standard da somministrare e Rapporti da compilare. Tali interventi hanno progressivamente ridimensionato la libertà individuale, esaltandone l’aspetto “comunitario” in nome di un distorto principio di collegialità, che si traduce nei fatti in un moltiplicarsi di comportamenti subordinati e omologanti. Un ridimensionamento auspicato da più fronti: dall’Associazione Nazionale Presidi, ad esempio, – che da tempo invoca anche una differenziazione delle carriere docenti, in funzione del grado di adesione alle scelte del capo;  oppure prefigurato da alcune prese di posizione della primavera scorsa. Non dimentichiamo l’esortazione a  “Lavorare e stare zitti“, che un ristretto gruppo di dirigenti scolastici [1] rivolgeva alle scuole alle prese con la didattica a distanza in piena fase di emergenza.

Dunque, tornando alla domanda iniziale: cosa significa essere liberi di insegnare, oggi?

Se ci sono tecniche e metodologie preferenziali, se la formazione è organizzata di conseguenza, se  la valutazione del singolo è subordinata al controllo di qualità INVALSI, se  le piattaforme digitali da usare sono decise a monte, di libertà ne rimane ben poca.

A questa considerazione, si aggiunge la condizione di assoluta frammentazione e disomogeneità della geografia scolastica in piena crisi sanitaria: con regioni in cui le scuole  operano interamente  a distanza, in altre parzialmente; con  pressioni  gerarchiche (e politiche) dei vari Uffici Scolastici Regionali del ministero che si traducono – attraverso l’obbedienza dei dirigenti scolastici e l’avallo dei sindacati – in condizioni di lavoro fortemente diseguali da territorio a territorio.

Oggi, costernati, abbiamo dinanzi lo spettro di ciò che diventerà l’istruzione nel nostro paese se quell’ ipotesi di autonomia differenziata mai abbandonata, anzi ora “utile e pronta per l’uso“,  dovesse trovare compimento.

In un simile scenario, parlare della libertà proclamata dal nostro art. 33 sembrerà definitivamente Passato.