La scuola senza risposte

Di Chiara Saraceno

da Repubblica

Neppure il nuovo anno sembra portare un minimo di certezza per quanto riguarda la scuola. Con un copione che continua a ripetersi da mesi, la scuola rischia di non riaprire in presenza né il 7 né l’11 gennaio per tutti gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e, in alcune regioni, anche per i più piccoli.

Non si sono ancora trovate le modalità adeguate per farli arrivare e tornare in sicurezza, evitando assembramenti sui mezzi di trasporto e all’entrata e uscita degli edifici, e neppure di garantire sistematicità e tempestività nei tamponi. Non era bastata l’estate e non sembrano essere bastati i due mesi in cui gli studenti più grandi sono stati costretti alla didattica a distanza, e neppure le vacanze di Natale.

Nel frattempo in molte classi, specie nelle scuole frequentate dagli studenti più deprivilegiati, ma non solo, è in atto un processo silenzioso di abbandono da parte di ragazzi che, nel breve intervallo in cui c’è stata scuola in presenza, non hanno avuto l’opportunità — pure solennemente promessa — di recuperare non solo gli apprendimenti persi nel lungo lockdown di questa primavera, ma anche la motivazione a impegnarsi e ad avere fiducia nelle proprie capacità. Ed altri, anche tra i più piccoli, specie nelle regioni in cui sono stati coinvolti nella chiusura delle scuole, stanno scivolando via via verso la marginalità.

Mentre si parla e litiga sulle modalità della ripresa e su come spendere i fondi dedicati alla Next Generation Eu, una parte dei più giovani viene lasciata andare alla deriva, con conseguenze negative di lungo periodo per le loro chance di vita, ma anche per la tenuta della società nel suo complesso.

La scuola in presenza non è stata, e non è, sempre in grado di contrastare l’esclusione sociale dovuta alla scarsità di risorse materiali, umane, sociali. E la didattica a distanza, se fatta con misura, in modo non esclusivo, sviluppandone tutte le enormi potenzialità di innovazione nei percorsi di apprendimento, se accompagnata da una buona dotazione tecnica e umana, può essere una importante risorsa educativa, specie per i più grandi.

Ma l’incapacità di dare un ordine, di trovare modalità di insegnamento e apprendimento praticabili ed efficaci in un contesto che non può più essere definito di emergenza imprevedibile, se è rischiosa per tutti, lo è tanto più per chi ha meno risorse, e allarga ulteriormente disuguaglianze che erano già inaccettabili.

Le periodiche dichiarazioni di tutte le parti e dei leader politici non hanno seguito concreto, mancando di rispetto innanzitutto agli studenti di ogni età e tipo di scuola, oltre che agli insegnanti e alle famiglie. Il messaggio chiaro mandato nei fatti e nei comportamenti dei decisori ai vari livelli è che la scuola, e più in generale il destino delle giovani generazioni, hanno una importanza marginale nel sistema di priorità. Che si rischi di deprivare il capitale umano, lo sviluppo delle capacità, di un’intera generazione sembra preoccupare meno delle, legittime, aspettative dei vari operatori economici colpiti dalle restrizioni.

Questa sottovalutazione dei costi per i più giovani può condurre anche a scelte miopi sulle priorità nella vaccinazione anti-Covid 19. Per evitare che le/gli adolescenti e giovani spargano il contagio sarebbe più efficiente vaccinarli per primi, dopo gli operatori sanitari, insieme ai loro insegnanti. Dato che hanno una mobilità e socialità mediamente maggiore dei vecchi, si raggiungerebbe prima l’immunità di gregge che non dando priorità ai “grandi anziani” come me, che tutto sommato possono continuare a proteggersi ancora per un po’, mentre potrebbero riprendere a frequentare in sicurezza i nipoti.