Anniversario dell’attacco di Via Rasella

da robertobosio.it

Oggi, 77 anni fa, un gruppo di partigiani uccise, con una bomba sistemata in un carretto da spazzino, “42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nei giorni seguenti)” e “due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti” – la citazione è della sentenza della Cassazione pubblicata sul sito del ministero della Difesa. Altri quattro civili furono uccisi nella sparatoria con cui i tedeschi reagirono all’esplosione.

 

Le Fosse Ardeatine

A Via Rasella seguì la feroce rappresaglia nazifascista: 335 italiani, prelevati dalle carceri di via Tasso, di via Lucullo e di Regina Coeli, furono trucidati alle Cave (poi dette Fosse) Ardeatine. Una strage che la propaganda di destra ha sempre cercato di giustificare dipingendo l’azione di via Rasella come un gesto criminale. Per cui oggi come ieri è necessario fare chiarezza su questa storia.

 

Città esplosiva

Roma all’epoca era la retrovia del fronte – gli Alleati erano bloccati tra Montecassino ed Anzio. E come ammisero gli stessi nazisti, la Città Eterna è stata la capitale che “ci ha dato più filo da torcere” – sono le parole del colonnello delle SS Eugene Dollmann. A queste parole fanno eco quelle di Albert Kesselring (il feldmaresciallo era, dopo l’8 settembre, il comandante supremo delle forze tedesche in Italia) “Roma era diventata per noi una città esplosiva… Per noi era un grave problema quello della sicurezza nell’immediata retrovia del fronte. Tra l’altro ne risentiva direttamente anche il morale delle truppe combattenti, che non si potevano più mandare a Roma per brevi periodi di riposo e di licenza”.

I tedeschi avevano conquistato Roma il 10 settembre, dopo tre giorni di combattimenti che avevano causato centinaia di morti e feriti tra i soldati e civili italiani che avevano cercato di fermarli, ma non riuscirono mai a normalizzarla.

I GAP furono protagonisti di diverse azioni, a partire dall’attacco del 18 ottobre 1943 contro un corpo di guardia della Milizia. Contro queste azioni, il comando tedesco non ordinò mai rappresaglie – anche se le azioni portarono alla morte di alcuni tedeschi.

I resistenti non liberarono l’Italia, ma servirono a distrarre risorse tedesche dal Fronte. Questa strategia si raccordava con gli ordini del Comando Supremo Alleato. Non è un caso che il generale Alexander avesse rivolto alla popolazione italiana un proclama in cui rivolgeva questo invito: “Assalite i comandi e piccoli centri militari! Uccidete i germanici alle spalle, in modo da fuggire alla reazione per poterne uccidere degli altri”.

I toni del governo Badoglio attraverso le trasmissioni di radio Bari non erano diversi.

 

I tedeschi non avrebbero commesso l’Eccidio delle Fosse Ardeatine se i gappisti si fossero consegnati…

Non ci fu alcuna promessa del genere, e la strage avvenne in segreto, come conferma Kappler “I partigiani avrebbero potuto organizzare un attacco fulmineo. L’intera città avrebbe potuto insorgere. Per ragioni di sicurezza, le esecuzioni dovevano essere tenute segrete finché non fossero state portate a termine”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Kesselring. Domanda del PM: “Ma voi avreste potuto dire ‘se la popolazione romana non consegna entro un dato termine il responsabile dell’attentato fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso’?”. Kesselring: “Ora, in tempi più tranquilli, devo dire che l’idea sarebbe stata molto buona”. PM: “Ma non lo faceste?”. Kesselring: “No, non lo facemmo” (Atti del processo Kappler, Tribunale Militare di Roma).

Bisogna poi aggiungere che era molto improbabile che i tedeschi non avrebbero ucciso i 335 ostaggi, anche se avessero avuto in mano gli attentatori. Il sottufficiale della Guardia di Finanza Vincenzo Giudice a Bergiola Foscalina (in provincia di Carrara) il 16 settembre del 1944 si offrì al posto dei civili rastrellati a seguito dell’uccisione di un militare tedesco. Il suo atto eroico non servì ad evitare il massacro di 71 persone, fra cui bambini bruciati vivi nella scuola, per mano delle SS e delle Brigate Nere.

 

Le vittime di Via Rasella erano dei vecchi disarmati con funzioni di ordine pubblico

Il reparto era l’11° compagnia del 3° battaglione del reggimento “SS Polizei Bozen”. Il battaglione dipendeva dal comando delle SS in Italia. Erano armati e scortati, in testa e in coda alla colonna, da pattuglie con mitragliatrici su motocarrozzette.

Quanto al tema ordine pubblico, sappiamo bene cos’era “l’ordine pubblico” del regime nazifascista. I battaglioni del reggimento Bozen venivano impiegati nella lotta antipartigiana e commisero varie efferatezze – uno dei battaglioni fu autore di crimini di guerra in Cadore.