Settantasette anni dal massacro delle Fosse Ardeatine

da robertobosio.it Ieri abbiamo scritto dell’attacco di via Rasella, oggi non potevamo che ricordare l’anniversario del massacro delle Fosse Ardeatine. Per ricordare quegli eventi dobbiamo ovviamente partire dagli attimi successivi all’attacco partigiano.  
L’arrivo dei nazisti
Poco dopo l’attacco arrivarano sul posto il questore Pietro Caruso, il generale Kurt Mälzer – comandante tedesco della piazza di Roma -, il diplomatico Eugen Dollmann ed infine il duo composto dal console Eitel Friedrich Moellhausen e il ministro dell’Interno della RSI Guido Buffarini Guidi – che erano sulla stessa automobile. In un secondo momento arrivò anche il comandante delle SS Herbert Kappler. il generale Mälzer, in evidente stato di ubriachezza ed in preda all’ira, affermò la necessità di far saltare tutti gli edifici dell’isolato tra via Rasella e via delle Quattro Fontane come forma di risposta all’attacco. Per questo si scontrò con i due diplomatici tedeschi che minacciarono di fare rapporto al feldmaresciallo Kesselring. Solo l’arrivo di Kappler, che propose di assumersi la gestione della risposta all’attacco partigiano, fece calmare il generale (che decise poi di rientrare al suo quartier generale). Nelle ore successive vennero fatti rastrellamenti e perquisizioni, che portò anche al saccheggio di alcune abitazioni – compiute da alcuni uomini del battaglione “Barbarigo” (che furono sorpresi dai tedeschi ed arrestati). Vennero anche arrestati numerosi ebrei nei quartieri del ghetto – che purtroppo finirono nelle Fosse Ardeatine.  
Il processo decisionale
Secondo le testimonianze degli ufficiali tedeschi nei processi che li coinvolsero nel dopoguerra, i primi ordini che arrivarono dal comando supremo germanico erano per una rappresaglia senza precedenti: fucilare 50 ostaggi italiani per ogni soldato tedesco caduto e la distruzione dell’intero quartiere dove era avvenuto l’attacco. L’ordine sarebbe arrivato dallo stesso Hitler – ma non ci sono tracce scritte di questo come del successivo processo decisionale. La decisione di fucilare dieci ostaggi per ogni tedesco morto sarebbe stata presa, in serata, dal comando germanico a Roma e poi confermata da Kesselring (comandante delle forze tedesche in Italia) e da Berlino. Todeskandidaten (persone da eliminare), cioè i prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all’ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato a una loro condanna a morte. La decisione finale della rappresaglia venne presa solo in serata, quando Kesselring ordinò di procedere alla rappresaglia dieci contro uno con “esecuzione immediata”. Una volta presa la decisione, la maggiore preoccupazione delle autorità tedesche fu quello di agire con la massima rapidità e segretezza per evitare la reazione della popolazione.  
La lista delle vittime
A compilare l’interminabile lista iniziale delle vittime – composta da 320 nomi – fu il comandante SS Herbert Kappler, con la collaborazione delle autorità italiane – come il questore Pietro Caruso – e della sezione della Gestapo di Roma. Un lavoro complesso che durò tutta la notte e finì solo a ridosso del massacro. Kappler iniziò inserendo solo i prigionieri già condannati a morte o all’ergastolo, ma erano troppo pochi. Per questo furono aggiunti i colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato a una condanna a morte, ed infine anche 75 ebrei in attesa di essere deportati. La lista venne completata da vari condannati per crimini minori, e quando la carneficina era già iniziata prelevando alcuni prigionieri a caso da Regina Coeli. Tra di loro c’erano anche dieci detenuti che stavano per essere rilasciati.  
L’esecuzione
L’eccidio venne diretto dalla Gestapo, perché prima i Bozen e poi le SS non vogliono essere coinvolti in questa carneficina. Delle uccisioni si occupano 74 componenti della Gestapo, guidati dal tenente colonnello Herbert Kappler. La macchina della morte ha bisogno di essere ben oliata, per questo vennero date indicazioni sull’angolo di tiro, come pure sulla posizione in cui mettere i condannati per risparmiare munizioni e tempo – si stabilì anche che le uccisioni dovevano durare “non più di un minuto per ogni uomo”. Dove eseguire la rappresaglia? Il capitano Erich Kohler propose di utilizzare delle cave abbandonate poco fuori Roma, sulla via Ardeatina, nei pressi delle catacombe di San Callisto. I primi condannati arrivarono alle cave verso le 14.30. Alle 15.20 iniziarono a far entrare nelle gallerie il primo gruppo di cinque prigionieri. Giunti al fondo del cunicolo, dopo aver controllato il nome del condannato sulla lista, le vittime venivano fatte inginocchiare e poi uccise con un colpo di pistola alla nuca. La catena della morte continuò per ore: in totale ci furono 67 turni di esecuzioni, e parteciparono all’esecuzione anche Kappler e Priebke. Le ultime esecuzioni avvennero verso le 20.00. Tra di loro c’erano condannati scelti a caso tra i detenuti di Regina Coeli. Kappler e Priebke si accorsero che erano stati portati alle cave 5 prigionieri in più dei 330 previsti dalla rappresaglia – alla lista iniziale erano stati aggiunti dieci nomi perché nel frattempo era morto un altro soldato dei Bozen. Kappler decise di ucciderli, anche se “era un errore, ma poiché ormai erano lì…”.  
Dopo il massacro
I nazisti, dopo aver compiuto il massacro, fecero esplodere le cave per occultare il misfatto. In realtà ottennero il risultato contrario, alcuni religiosi salesiani sentirono le esplosioni ed il giorno successivo entrarono nelle cave: trovarono così le cataste di corpi delle vittime. Alle 22.55 il comando tedesco inviò alla stampa il seguente comunicato: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito in via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi a incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”.