Intellettuali in fuga dal fascismo: Renata Calabrese

robertobosio.it

L’Università degli Studi di Firenze, grazie al finanziamento della regione Toscana, e con la collaborazione tra gli altri della The New York Public Library e dei Central Archives for the History of Jewish People, ha costruito il portale Intellettuali in fuga dall’Italia fascista con l’obiettivo di fare un censimento-racconto della fuga di cervelli causata dalla dittatura fascista e dalle leggi razziali.

 

Da Enrico Fermi a tanti sconosciuti

Abbiamo perso un enorme patrimonio rappresentato dalle tante eccellenze che sono state costrette a cercare fortuna fuori dall’Italia. Molti conoscono la storia di Enrico Fermi, che scappò in America dopo il Nobel perché la moglie era ebrea. Le vicende di tanti altri cervelli è rimasta invece sconosciuta. Una di questi era Renata Calabresi.

 

Da Ferrara a Firenze

Figlia della buona borghesia ebraica di Ferrara. Dopo gli studi liceali, decide di non iscriversi all’Università di Ferrara, ma a Bologna, e poi al terzo si trasferisce all’Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento – che poi diventerà nel 1924 l’Università degli Studi di Firenze.

Nella città toscana arrivano poi anche i fratelli ed i genitori. Lei vorrebbe fare medicina, ma visto che la famiglia pensa che non sia una facoltà adatta per le donne, finisce per ripiegare sullo studio della filosofia. Ma a modo suo, perché si laurea con Francesco De Sarlo, il fondatore del primo laboratorio di psicologia sperimentale italiano.

 

L’avvento del fascismo

L’arrivo al potere di Mussolini segna la vita di Renata Calabresi, perché tutto l’ambiente in cui vive è antifascista. Il padre Ettore è sorvegliato come antifascista e massone. E’ anche stato arrestato e la sua casa perquisita. Gli sequestrano la tessera n. 41 rilasciatagli dal Comitato provinciale di
Firenze dell’”Unione nazionale delle forze liberali e democratiche” e parte della corrispondenza che risulta “confermare la sua avversione al Governo e al fascismo” – per usare le parole del prefetto dell’epoca.

Il suo maestro Francesco De Sarlo viene costretto ad abbandonare l’insegnamento per le sue posizioni critiche verso il regime (dalla firma del Manifesto degli intellettuali antifascisti alle critiche a Gentile, fino alla sua presa di posizione sui diritti delle università contro alle sopraffazioni politiche).

E poi ci sono le frequentazioni della sua famiglia con i fratelli Rosselli o Salvemini… Fare carriera in Italia si dimostra impossibile. Non riesce neppure ad insegnare filosofia nelle scuole superiori, perché era “materia virile”, secondo il ministero e Giovanni Gentile. Arriva ad insegnare solo nelle scuole private e quelle serali per adulti.

 

Le leggi razziali

Pian piano le cose sembrano migliorare. Anche se ci vogliono sette anni, riesce a pubblicare la sua tesi – che era stata recensita anche dall’”American Journal of Psychology”. Negli anni Trenta si trasferisce a Roma,  come assistente volontaria – ovvero non pagata – nell’Istituto di psicologia (a Firenze continuavano a preferirgli chi aveva molti meno titoli di lei ma in tasca la tessera del partito fascista).

Per mantenere il suo posto arriva a prendere la tessera e fa pure il giuramento al regime. Tutto inutile. Con le leggi razziali non le resta che abbandonare l’Italia, come altre migliaia di ebrei. Lei, insieme al fratello ed alla sua famiglia, decide di andare negli Stati Uniti, dove dal 1933 opera un Emergency Committee che si occupa degli studiosi che vogliono fuggire da Hitler – e ora da Mussolini. Lei è l’unica italiana per la quale questo comitato prevede un finanziamento. I primi anni sono difficili, ma pian piano, grazie alla sua tenacia, riesce a ricavarsi il suo spazio.

 

Il secondo dopoguerra

Dal 1947 lavora come psicologo clinico e coordinatore di formazione al Department of Veterans Affairs di Newark. A questo periodo risalgono alcune pubblicazioni sui test proiettivi e sulla formazione clinica.

Riesce a far venire a New York anche la madre e la sorella, che erano rimaste in Italia durante la seconda guerra mondiale ed erano riuscite a non finire in campo di concentramento grazie alla rete delle loro amicizie che le aveva fornito documenti falsi e nascondigli.

Il fratello Massimo, che di mestiere faceva il cardiologo ed aveva anche una cattedra universitaria al tempo delle leggi razziali, anche se insegna alla Yale University, cerca di farsi reintegrare all’Università di Milano. Inutilmente. Dei 28 docenti sospesi ai tempi del regime, solo dieci verranno reintegrati.

 

I falsi reintegri

Nel 1957, l’Università di Milano invia una lettera di reintegro. Peccato che come indirizzo scelgano quello in cui viveva negli anni Trenta invece di quello negli Stati Uniti…

La realtà è evidente, i posti dei docenti ebrei sospesi sono stati presi da altri, e non si vuole più tornare indietro, perché magari si metterebbe in dubbio qualche spartizione avvenuta nel secondo dopoguerra…

Renata torna regolarmente a Firenze ma non prova nemmeno ad essere reintegrata, forse perché come ex-libera docente ha ancora meno possibilità di suo fratello di essere reintegrata, o forse perché pensa che in Italia difficilmente potrebbe ottenere quello che sta raggiungendo negli USA.

Muore nel 1996 e New Haven, nel Connecticut. Sul New York Times il giorno appare un coccodrillo che la definisce una psicologa clinica attività nel movimento antifascista in Italia negli anni Trenta. Sono pochi gli italiani che possono dire di aver avuto lo stesso onore.