IL SERPENTE: QUANDO L’OCCIDENTE ERA IL PERICOLO INTERNO

IL GRAND TOUR DELLA DROGA. La vera storia di Charles Sobhraj, francese ma di natali vietnamiti, serial killer di hippies alla ricerca del Nirvana negli anni 70, ora trasportata nella fiction biografica “Il Serpente” di Netflix e BBC, ci aiuta a riflettere su come sia veramente cambiato il mondo da 40 anni ad oggi: soprattutto il mondo dell’Oriente mistico e fatalista dei vagabondi del Dharma alla Kerouac, dove un occidentale, come uno Ianez qualsiasi, poteva “precipitarsi” e muoversi liberamente, senza alcun pericolo di attentati, rapimenti o sgozzamenti di sorta. È incredibile, visto con gli occhi post 11 settembre 2001, come l’area geografica dell’Oriente, dal Medio fino all’Estremo, fosse un’area di libero transito per il Grand Tour dei Figli dei fiori, i quali solo autonomamente potevano “perdersi”, morendo di overdose o fumandosi il cervello, essendo ancora considerati dei Sahib, pur se in calzoni sfrangiati. La storia de Il Serpente si snoda da Istanbul fino a Kathmandu, fra Karachi ed Herat, passando per Benares e Bombay, da Lahore fino alla Thailandia, sulle strade della droga, inflazionate da turisti alternativi che cercavano di immergersi nel Cuore del mistero del profondo d’Oriente.
LA ROTTA HIPPY. Una strada percorsa a piedi e su mezzi di fortuna, con l’autostop e su scassati autobus privati, che era stata magistralmente raccontata da un francese nel suo “Viaggio a Kathmandu”, dedicato proprio alla sua ricerca dello sballo come esperienza antropologica interiore. L’autore, Charles (come il vero nome del Serpente) Duchassois compie la propria Via della Droga nel 1969, proprio a cavallo fra il primo periodo, chiamiamolo più soft, della Rotta Hippy, dove i beatnik praticavano soprattutto droghe naturali e leggere, il cosiddetto “periodo della canapa”, prima di passare, a partire dagli anni ’70, al periodo dell’eroina, assai più pericolosa e devastante, magari tagliata industrialmente e gestita dalla malavita organizzata. La vicenda del Serpente si svolge proprio nel secondo periodo, più feroce e insidioso, a partire dal 1973, ambientata prevalentemente a Bangkok, vista con gli occhi dei “buoni”, raccolti attorno a un giovane diplomatico olandese che cercherà per moltissimi anni di ottenere giustizia per una coppia di suoi connazionali uccisi, solo per derubarli di passaporti e danaro, e barbaramente bruciati. I “cattivi” dall’altra parte sono tre, raccolti attorno al Mefistofele principale, il franco-vietnamita commerciante di pietre preziose e assassino a tempo pieno, che utilizza vari nomi, a seconda dei passaporti che ricicla dalle sue vittime. Accanto a lui, il compare di omicidi, un piccolo criminale indiano, sodale fino al servilismo, e la “moglie” (in realtà solo compagna di efferatezze), una ragazza franco-canadese di famiglia cattolica, che lui aveva circuito proprio in uno dei suoi innumerevoli viaggi alla ricerca di vittime occidentali, in Pakistan.
UN MONDO PERDUTO. Ad Alain e Monique, così si faceva chiamare la coppia criminale, furono attribuiti almeno una dozzina di omicidi, principalmente fra turisti e fra i loro occasionali ospiti, che in genere venivano sedati o avvelenati con forti emetici, poi finiti definitivamente e i cadaveri fatti sparire. La donna è morta da tempo, il Serpente invece è tuttora vivo, anche se in carcere a Katmandu: non appare affatto pentito e avrebbe probabilmente molto da raccontare, ma di certo non potrebbe, neppure volendo, rivivere la propria esperienza. Questo è il vero interesse storico della fiction: racconta lo spaccato di un’epoca che non esiste più. Oggi nessun occidentale, neppure il più sprovveduto, potrebbe ripercorrere i sentieri di quell’Asia perduta. Come dicevamo all’inizio, a partire dall’insediamento di Khomeini in Iran nel 1979, fino ai Talebani in Afghanistan, quella libertà di movimento e quello status di inviolabilità di qualsiasi Lord Jim occidentale, pur se straccione, sono finiti per sempre. Ora i demoni dentro di noi, come quelli del capitalismo borghese, sono meno pericolosi, ma lo sono ben di più, e drasticamente inevitabili, quelli esterni, delle dittature e dell’integralismo religioso. Parce sepultis, anche per i poveri turisti assassinati dal Serpente, una storia ben costruita e avvincente, assolutamente da vedere e da consumare in un colpo, se reggete tutte assieme le otto puntate della serie.

Stefano Battilana

Nato a Bologna nel 1956, dopo aver frequentato il Liceo Classico, si laurea in Lettere Moderne, con una tesi in Letteratura anglo-americana e consegue la Specializzazione in Filologia moderna, con una tesi sulla traduzione e in seguito il Perfezionamento in Organizzazione e Direzione e in Counseling e Orientamento professionale. Nel 1987 consegue abilitazione in Materie letterarie (cattedra dal 1987 al 2011) e in Filosofia e Storia (cattedra dal 2011). Ha sempre curato l’autoformazione e l’aggiornamento disciplinare. Dopo la laurea e prima dell’insegnamento, ha lavorato nel settore della formazione professionale. Dal 2014 svolge attività sindacale a tempo pieno.