Il curriculum dello studente è “di destra”

di Giovanni Carosotti

da Roars

Fa bene alla causa della scuola che personalità di alto prestigio culturale intervengano per smascherare l’apparato ideologico a fondamento dei progetti di riforma sull’istruzione. E bene ha fatto ROARS a riprendere l’articolo di Tomaso Montanari da Il Fatto quotidiano. Articolo che ha colto nel segno, in quanto ha proprio messo il dito sulla piaga più evidente dei progetti di trasformazione della scuola che ha in mente il neo ministro dell’Istruzione, con ripercussioni evidenti sul destino dell’intera cultura italiana. Come già da noi più volte sottolineato in questo blog, dietro parole d’ordine quali “lotta alla disuguaglianza”, “inclusione”, “patti di comunità” si nasconde un progetto impostato proprio su criteri opposti, in cui ciò che viene perseguito è l’annullamento del pensiero critico e la possibilità di una reale emancipazione intellettuale, la sola che garantisce un’effettiva eguaglianza e capacità di riflessione rispetto ai tentativi crescenti di omologazione e conformismo culturale.

Sia chiaro. Un punto di vista alternativo a quanto Montanari esprime può essere sicuramente legittimo, purché affronti, capovolgendoli, i nessi inferenziali che lo storico dell’arte propone, quando rileva l’evidente incongruità del “curriculum dello studente” rispetto ai valori di eguaglianza. Un documento che inchioda lo studente alle sue ineguali condizioni di partenza, all’interno delle quali solo gli è consentita la realizzazione di sé; intenzione in parte già avveratasi in alcune realtà regionali, con la revisione dei curricoli degli istituti professionali.

Non ci sembra realizzi lo scopo l’intervento di Marco Campione  e Valentina Chindamo in risposta a Montanari. La pronta replica conferma che, quando a intervenire sulla scuola sono personaggi di spicco presso l’opinione pubblica, si getta finalmente uno sguardo critico sulla politica scolastica, rispetto all’informazione mainstream. Inoltre, costringe  i riformatori a non parlare solo a loro stessi, impedendo l’atteggiamento consueto di evitare il confronto con le teorie che ne falsificano il paradigma.

Il risultato è francamente deludente. Se si confrontano i due articoli -cercando di attuare il più possibile un’epoché rispetto alle proprie posizioni intellettuali in merito- il diverso spessore dei discorsi, la differente capacità di confermare le proprie prese di posizione con argomenti probanti, appaiono di un’evidenza cristallina. Siamo perfettamente consapevoli delle difficoltà che Campione e Chindamo hanno cercato di affrontare e risolvere. Il legame stretto tra i principi che da decenni guidano la riforma della scuola e la cultura neo liberista di destra è talmente evidente che lo sforzo teorico  di negarlo appare effettivamente immane. Di fronte a una tale difficoltà, non rimane in effetti che perseguire la strada della retorica, nella pura tradizione sofistica.

Il tipo di ragionamento presentato ha diversi precedenti e si inserisce nel filone di un’argomentazione politica che abbiamo imparato a ben conoscere in questi anni, ovvero il di far credere che alcune riforme improntate secondo la più schietta logica del neoliberismo (il Jobs Act e la Buona scuola fra le altre) siano in realtà di sinistra. Con una forzatura dei ragionamenti, e in altri casi dello stesso testo costituzionale, piuttosto ardita, che si ritrova peraltro anche nel libro pubblicato alla fine dello scorso anno da Patrizio Bianchi.

Se ne ha una prova già dalla sortita a effetto che apre l’articolo, con la citazione di un testo di Giorgio Gaber. C’è un verso  in quella canzone, significativamente non citato (devo l’osservazione a Daniele Lo Vetere), decisivo per  interpretare adeguatamente le intenzioni dell’artista (per chi se lo ricorda, un tentativo simile di autocritica e autoironia sui concetti di destra e di sinistra lo si ritrova anche in un monologo memorabile di un film di parecchi anni fa, Maledetti vi amerò, di Marco Tullio Giordana): «Il pensiero liberale è di destra, Ora è buono anche per la sinistra». Il che corrisponde a una situazione politico-culturale che, a nostro parere, l’articolo in questione rappresenta perfettamente.

Al di là dunque di questa infelice citazione, che è facile gioco usare quale contro argomentazione verso gli autori dell’articolo, veniamo alla sostanza. L’ossessione di Campione e Chindamo è quella di negare il giudizio che le loro posizioni siano in linea con la cultura neoliberale; sarebbe invece chi si oppone al progetto riformatore della scuola ad essere un «reazionario».

«Argomentazione che purtroppo fa breccia in una minoranza rumorosa di corpo docente che definire reazionario (e quindi ontologicamente ‘di destra’, ci perdoni Gaber) è purtroppo – come vedremo – necessario. […] Se invece stiamo al merito, ci chiediamo cosa ci sarebbe di così discriminante nel chiedere a uno studente di parlare di ciò che lo appassiona fuori dall’ambiente scolastico. Oppure della sua esperienza lavorativa come bagnina o cameriere durante l’estate, ma anche della sua esperienza nell’attivismo, nello scoutismo, nel volontariato

Forse di discriminante nulla, soprattutto per gli esempi di comodo citati; ma ci domandiamo perché in sede di esame tali esperienze (bagnina, cameriere)  debbano essere prese in considerazione e consentire agli insegnanti di farsi un’idea migliore della personalità dell’allievo; e in che modo tali informazioni dovrebbero poi incidere su una valutazione più equilibrata.

La spiegazione i due la forniscono subito dopo, citando dal decreto 62/2017:

«La commissione, tenendo conto anche [del curriculum], propone al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale.»

Ne emerge ancora una volta una concezione pedagogica regressiva, per cui quanto conosciuto nel percorso di istruzione, piuttosto che aprire all’allievo un mondo e un orizzonte di senso a lui estranei, per allargare la propria visione critica della realtà, deve sempre narcisisticamente essere riferito al proprio vissuto, in un corto circuito cognitivo per cui ciò che si apprende rimanda e legittima il proprio modello di esistenza.

Stupisce, alla lettura, tanta sicumera mal riposta. Montanari non avrebbe letto il testo del decreto, che gli avrebbe svelato quanto errate e infondate (dunque ideologiche, e sicuramente anche reazionarie) fossero le sue valutazioni. Ci sembra invece che questa citazione non solo non smentisca, ma confermi la giustezza delle critiche di Montanari. Lo storico dell’arte, è vero, ne fa solo un breve cenno; ma coglie un punto dirimente del provvedimento, che andrebbe ulteriormente approfondito, ovvero che tale curriculum accompagnerà il diploma, e in qualche modo finirà per sostituirlo, avvalorando anche per il futuro la diseguale condizione di partenza fra gli studenti. Si tratta, in altri termini, dell’annullamento di fatto del valore legale del titolo di studio, perseguito dalla  cultura neoliberista già da diversi anni, e introdotto con tale espediente surrettiziamente.

In effetti, anche noi riteniamo che tale curricolo pochi effetti avrà sull’esame di stato, poiché gli insegnanti eviteranno, in ragione della deontologia professionale che ancora li sostiene, di condizionare la loro valutazione in riferimento ad opportunità che in buona parte non rientrano nel “merito” di ciascuno. Ma tale invasività nell’esame di stato di attività esterne ha lo scopo, da noi più volte denunciato, di rendere definitiva -anche in questo caso in modo surrettizio- la struttura anti-disciplinare (e anti- culturale, aggiungiamo noi) della nuova scuola. E, di conseguenza, la sua funzione anti-emancipativa, finalizzata a rendere le soggettività che la frequentano mano d’opera disponibile ma scarsamente scolarizzata, quindi indebolita nelle capacità di senso critico. Come confermato dallo storico Alessandro Barbero (che immaginiamo rientri anche lui a questo punto nel gruppo dei «reazionari»), in un video recentemente pubblicato, in polemica con l’Alternanza scuola-lavoro:

«Lo scopo della scuola è di produrre sostanzialmente degli esecutori per un sistema economico che non ha lo scopo di promuovere eguaglianza, redistribuzione e così via; al massimo obbedienza ed efficienza.»

Quindi di impedire il concentrarsi sugli autentici contenuti di cultura, a discapito di una reale emancipazione.  Contenuti di cultura ritenuti dai due autori -che concordano in questo caso con un azzardato giudizio di Roberto Maragliano- propri della scuola dell’Ottocento, con un errore di contestualizzazione storica clamoroso -anche se retoricamente a effetto- che abbiamo già contestato in altra occasione.

Quale la pezza d’appoggio “di sinistra” che avvalorerebbe l’analisi di Campione e Chindamo?

«Eppure la valorizzazione nel contesto scolastico (quindi formale) degli apprendimenti avvenuti in contesti non formali e/o informali è una delle innovazioni richieste dal mondo dell’associazionismo, in particolare quello che si occupa di diritti dei bambini e degli adolescenti, dello sviluppo della personalità dei minori, nonché da chi promuove il volontariato e la cittadinanza attiva.»

Qui sta il trucco. Porre in collegamento questo svuotamento dei contenuti critici a favore di un approccio informale al sapere, con il mondo dell’associazionismo e del terzo settore, dando al tutto un alone di progressività. Ovviamente tale richiamo, così come le citazioni finali che chiudono l’articolo, che si ritrovano anche all’inizio del libro di Patrizio Bianchi sulla scuola, risultano totalmente decontestualizzate.

Il mondo dell’associazionismo e del terzo settore, che si è sviluppato anche per contrastare una colpevole politica di smantellamento del welfare, che è presupposto invece accolto positivamente dai riformatori, costituisce una percentuale minima di quei patti di comunità al cui centro stanno invece le imprese.  L’impresa come modello di comunità, l’imprenditorialità quale riferimento antropologico universale, finalizzati alle subordinazione (peraltro fallace) della scuola alle logiche del mercato del lavoro.

Insomma, nulla di più che un richiamo strumentale, l’evidenziare un aspetto marginale  per nascondere la ratio autentica del provvedimento, che abbiamo più volte analizzato.

Un mondo alla rovescia, quello di Campione e Chindamo, che lascia esterrefatti: come mi ha suggerito l’amico Paolo Francini, con una destra reazionaria formata da Montanari, Zagrebelski e Salvatore Settis; e una sinistra progressista che comprende invece la Fondazione Agnelli, l’OCSE, Treelle, economisti bocconiani, a cui noi aggiungiamo l’Associazione nazionale Presidi e l’Associazione Condorcet.

Luigi Marattin, in un suo Tweet, ha parlato di un ragionamento, da parte di Campione e Chindamo,  che spiegherebbe «alla perfezione» il carattere riformista del curricolo dello studente, attribuendo la patente di «conservatore» (ma non era «reazionario»?) a chi lo contesta. Non osiamo, nel porre a confronto gli articoli sopra esaminati,  misurarci con un concetto tanto problematico, in campo teologico e filosofico, quale quello di perfezione. Ci basti rimanere sul terreno della coerenza inferenziale, degli esempi appropriati e non di comodo, di una franca lettura dei testi. E non ci sembra che in questo caso siano queste brevi note, e soprattutto l’articolo di Montanari, a fare acqua da tutte le parti.